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Una parte importante dei miei pazienti fa il mio stesso lavoro.

Non lo scrivo come credenziale. Lo scrivo perché è l'unica cosa che a un collega interessa davvero sapere prima di iniziare: che dall'altra parte c'è qualcuno abituato a lavorare con chi conosce il mestiere, e che non si mette a spiegarti la "ristrutturazione cognitiva".

Perché un collega è più complicato

Perché conosci il meccanismo.
Riconosci la tecnica mentre te la fanno: vedi arrivare la riformulazione, la domanda scomoda, il silenzio lasciato lì apposta. E vedendola arrivare, a volte, la disinneschi senza volerlo.

Perché sei abituato a stare dall'altra parte.
Nel tuo studio sei la persona che regge. Passare dalla parte di chi chiede aiuto significa mollare una posizione che tieni da anni e che sai fare bene.

Perché il campo è piccolo.
Serve qualcuno che non sia il tuo didatta, il tuo supervisore, il collega del centro o la persona che ritroverai al prossimo congresso. L'online e la distanza geografica risolvono una parte del problema.

Perché una parte di quello che porti è il lavoro.
Il paziente che ti resta addosso, il caso che ti tocca troppo da vicino, il pensiero di non essere all'altezza. Non è supervisione ed è un errore trattarlo come tale, ma non si può nemmeno fare finta che il mestiere sia un dettaglio biografico.

Come lavoro con i colleghi

Ti chiedo quanto vuoi che la tua parte "terapeuta" entri nella stanza.
A volte è una potente alleata, altre volte è una difesa molto distanziante. Concordiamo insieme quanto e come vuoi che teniamo quella parte di te dentro al nostro setting o quanto vuoi che le dedichiamo uno spazio diverso, per permetterti di essere "semplicemente tu" durante le nostre sedute.

Non faccio finta che tu non sappia.
Se stai commentando l'intervento invece di attraversarlo, te lo dico. È il modo più rapido per uscire dallo stallo che rende infinite le terapie dei terapeuti.

Terapia personale e supervisione restano separate.
Se il tuo materiale entra dalla porta di un paziente, lo lavoriamo come tuo, non come caso clinico. Se quello che ti serve è supervisione, è un altro servizio. Scrivimi una e-mail per organizzarla.

La riservatezza vale anche sul piano professionale.
Se emergesse una sovrapposizione - un supervisore in comune, un contesto formativo condiviso - te lo dico subito e valutiamo insieme; se preferisci, ti affido a un terapeuta dell'équipe.

Se il tuo orientamento è diverso dal mio non è un problema, anzi.
Nell'équipe ci sono formazioni differenti dalla mia e ne tengo conto quando decido. Anche se, per chi fa questo lavoro, l'esperienza più utile è spesso proprio stare in terapia con qualcuno che non ragiona come lui.

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